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Comunicato N°4

REGGIO EMILIA - ITALY 16 - 18 APRILE 2009

A cinque mesi dalla Rassegna Suinicola Internazionale, il mercato mantiene quotazioni soddisfacenti per un nuovo equilibrio della filiera suinicola

Crisi finanziaria mondiale, scenari economici in rapido mutamento, paura di recessione, ma anche prezzi di vendita dei suini al macello alti e costi di produzione in calo. Uno scenario, per il settore suinicolo, a luci e ombre, che affianca elementi incoraggianti ad altri più problematici. Sicuramente una situazione complessa, sulla quale non mancherà di dare il suo contributo di idee e di confronto tra protagonisti della filiera la Rassegna suinicola internazionale di Reggio Emilia, che ad aprile 2009 festeggerà la sua edizione numero 50. Con l’auspicio che gli attuali prezzi dei suini continuino a sostenere  ancora a lungo un settore uscito stremato dalla crisi più grave che si ricordi. Prezzi che viaggiano attorno a 1.50-1.60 euro/kg.
Le ragioni? Come spiega il dr. Kees De Roest, responsabile del settore studi economi del CRPA di Reggio Emilia, le ragioni sono internazionali. “Infatti – spiega De Roest - l'aumento è generalizzato su tutte le piazze europee e deriva da un calo del numero complessivo delle scrofe in Europa, una riduzione che in alcuni Paesi è stata vistosa, come in Polonia. La crisi ha pesato molto in tutta Europa, e molti allevamenti hanno dovuto chiudere, provocando una diminuzione complessiva del numero di scrofe e quindi, di conseguenza, una contrazione della produzione di suini da macello. A questa riduzione nel numero di animali si è unita una domanda di carne fresca sostenuta, specie nei paesi dell'est Europa, determinando gli attuali prezzi alti in tutta Europa. Questo ha avuto un riflesso anche in Italia: è possibile che parte dei cosci che normalmente arrivavano da noi siano stati dirottati altrove, accentuando così la diminuzione dell'offerta sul mercato nazionale che ha sostenuto il prezzo”.
Solo cause internazionali, dunque. La situazione nazionale, anzi, ha visto aumentare il numero di cosci destinati al circuito tutelato. E questo periodo di prezzi alti potrebbe portare nel prossimo futuro a nuove eccedenze nelle offerte, secondo uno schema classico nei cicli della produzione, che appesantirebbe ulteriormente la situazione del comparto dei prodotti tutelati. Un secondo fattore positivo che ha fatto irruzione sugli scenari di costo delle aziende è l'abbassamento dei prezzi di tutte le materie prime utilizzate nell'alimentazione, nonché dei costi energetici, che si tradurrà sul costo di produzione. Quanto può incidere tutto questo sui costi di produzione e sui margini per l'allevatore? Ancora De Roest: “La situazione è cambiata rapidamente e il 2008 si presenta a due facce. Avevamo stimato per il 2008 un costo di produzione di 1,50 euro/kg. Si trattava però di un calcolo provvisorio, che teneva conto del livello elevato dei prezzi del primo semestre del 2008.
Certo, il costo di produzione calcolato sull'intero 2008, in virtù di questa discesa generalizzata dei prezzi delle materie prime ed energetici, sarà sicuramente inferiore. I prezzi attuali coprono sicuramente i costi di produzione”. Prezzi ragionevoli all’orizzonte, dunque. Lo scoppio delle bolle speculative dovrebbe mettere in qualche misura al riparo le materie prime alimentari dagli assalti della speculazione, che ha determinato l'incredibile impennata dei costi iniziata lo scorso anno. “Questo è vero – concorda Kees De Roest - ma bisogna anche considerare un fattore strutturale. Uno studio Ocse e Fao ha previsto per i Paesi emergenti un aumento della domanda di carne, e quindi di cereali, che potrebbe comportare un aumento dei prezzi fino al 30% rispetto alla media 2000-2005. Certo, il raddoppiare o triplicare dei prezzi dei cereali che abbiamo  visto recentemente, pur con i problemi di siccità e di scarsi raccolti che ci sono stati, non è spiegabile se non con fenomeni di speculazione finanziaria - favorita da un costo del denaro negli Usa estremamente basso - su tutte le materie prime, dai metalli agli alimentari. Anche la produzione di biocarburanti ha fatto la sua parte nel dirottare il mais verso usi non alimentari, ma nei mesi passati si è sicuramente un po' esagerato attribuendo alle produzioni di bioetanolo americano effetti maggiori di quelli reali sui prezzi della materia prima su scala mondiale. Adesso il fattore speculazione è venuto meno e inoltre si è avuto un grosso aumento della produzione mondiale di cereali. Quindi il pericolo di nuove impennate dei prezzi come quelle che abbiamo visto dovrebbe essere scongiurato. Le fluttuazioni dovrebbero essere comprese nel più tradizionale incontro tra domanda - che abbiamo visto sarà crescente - e offerta. Ci dimenticheremo il raddoppio o la triplicazione dei prezzi nel giro di pochi mesi”.
C’è un altro elemento favorevole da considerare: il rapporto euro-dollaro si va modificando, con il secondo che torna ad apprezzarsi sul primo. Un'altra bella notizia, visto che i mercati asiatici erano stati compromessi per gli esportatori europei dal forte valore dell'euro, che li rendeva meno competitivi rispetto alla concorrenza americana, riversando così sul mercato europeo quello che non si riusciva ad esportare. Come spiega Kees De Roest, “l'indebolimento dell'euro favorisce sicuramente le esportazioni europee, principalmente verso il Giappone, un mercato dove la competizione è con la produzione americana, favorita in passato dal dollaro debole. Sappiamo che quello che danesi e olandesi non riescono a esportare viene riversato sul mercato interno europeo, facendo soffrire i prezzi di conseguenza. L'indebolimento dell'euro non può che aiutare l'export europeo e quindi è sicuramente un fatto positivo”.
In questi giorni di crisi finanziaria si discute molto anche di accesso al credito per le imprese, con il timore che da parte delle banche vengano imposti maggiori oneri sui prestiti. “Le banche – spiega De Roest - sono più riluttanti a concedere crediti quando non ci sono garanzie più che solide. Bisognerebbe sfruttare il buon momento, con altri prezzi di vendita dei maiali, per aumentare il patrimonio netto aziendale e disporre di una capitalizzazione propria che possa ridurre la dipendenza dalle banche. Magari indirizzando gli investimenti verso l'aumento della produttività delle scrofaia. In Italia le scrofe fanno meno suinetti di quanto dovrebbero. I margini per un aumento di produttività ci sono: anche in Italia ci sono aziende con produttività assai elevate, a dimostrazione che ciò è fattibile”.
 
Insomma, gli elementi per guardare con un certo ottimismo al futuro, pur con i piedi ben saldi per terra, non mancano. È vero, i problemi della filiera suinicolo nazionale restano, ma certamente non mancheranno alla prossima Rassegna momenti di approfondimento e di proposta. Come sempre, del resto: in tempi di crisi come in tempi più favorevoli, il trampolino per ripartire di slancio la nostra suinicoltura lo ha sempre trovato a Reggio Emilia. Sarà così anche nel 2009, c’è da scommetterci.


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Orari:
dalle 9 alle 18